LIVING THE THEATRE

blog di informazione teatrale, con recensioni aggiornate degli spettacoli a ROMA, notizie, curiosità e segnalazione degli eventi da non perdere
venerdì, 06 novembre 2009

E PENSARE CHE ERAVAMO COMUNISTI di Roberto D'Alessandro

C’è smarrimento politico da parte degli elettori che si riflette sui comportamenti da mantenere in famiglia, sulle relazioni da intrattenere con gli altri. Una confusione che entra nella quotidianità del cittadino italiano contemporaneo, in bilico su una corda sottile sospesa tra un mondo ideologizzato ed uno senza ideologie, in cui ogni caduta potrebbe essergli fatale. L’affetto, l’amore prende il sopravvento e si può sorridere della crisi della politica italiana con grande leggerezza.

Roberto D’Alessandro scrive, dirige e interpreta questa commedia frizzante in modo spensierato ma non troppo. Costringe i personaggi a muoversi negli spazi angusti di un salotto che ha piuttosto l’aria di un piccolo parlamento, in cui le voci dissonanti dei rispettivi protagonisti si coprono l’un l’altra e il dialogo si perde nel trambusto delle opinioni gridate all’italiana.
Principale bersaglio di questo spettacolo non è però la politica, piuttosto l’elettorato, che perso tra passato e presente non sa rinunciare alle contraddizioni tipiche di una società borghese, in cui capitalismo e comunismo si confondono in un pot-pourri dalle ideologie confuse, tenute in piedi solo da un’iconografia nostalgica, senza più valore. Così gli inni di un tempo si riducono a  suonerie da cellulare, gli slogan meri brand names sulle t-shirt dei protagonisti, tanto più che i figli non riescono a riconoscerne i significati e preferiscono scimmiottarli.
Una generazione si confronta con l’altra attraverso la lettura di un diario di gioventù ritrovato da Oba (Simon Tagliaferri) il cameriere della Costa d’Avorio al servizio della famiglia creata da D’Alessandro. Egli, facendo il verso ad Obama, con la sua figura ottimista e carismatica, rassicura e comunica speranza sia dentro che fuori dal palcoscenico.
Divertentissime Pia Engleberth nei panni di una madre militante che non riesce a perdonare la spensierata candidatura del figlio nelle fila di un partito avversario e la figura goliardica della zia calabrese interpretata da Maria Lauria, che a colpi di dialetto e battute “piccanti” riesce a strappare più di una risata al pubblico in sala.

D’Alessandro ha il merito di riuscire a ricreare un’atmosfera familiare, dove tutti possono immedesimarsi in alcuni dei tratti fumettistici dei personaggi. Gli spettatori riconoscono i propri figli nei personaggi interpretati da  Romano Fortuna e Claudia Campagnola, giovani e promettenti attori di questa simpatica commedia agrodolce.
Molte risate, tempi veloci e una serata piacevolmente passata fuori casa.

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venerdì, 01 febbraio 2008

EMIGRANTI di Slawomir Mrozek regia di Carlo Benso

Teatro Argot fino al 10 febbraio 2008

Stelle: ****

Costretti alla vicinanza dallo spazio ridotto di un seminterrato due emigranti di diverse provenienze sociali sono chiamati ad un confronto attraverso un gioco di sartriana memoria: l’intellettuale impegnato cerca di spiegare al muratore suo compagno di abitazione le ragioni per le quali sono necessarie la lotta politica, ma le sue parole si scontrano contro un muro di cieca ostinazione.

 

Carlo Benso ci suggerisce questa rilettura della splendida pièce dello scrittore polacco Slawomir Mrozek, erede della migliore tradizione di Gombrowicz e di Witkiewicz, che sa trasmettere nelle sue commedie una dolorosa visione della condizione umana, stretta nella morsa di assurde leggi cui l’uomo consapevole non sa sottrarsi. Le sue commedie possiedono sarcasmo e umorismo grottesco e sono destinate a diventare classici moderni per l’attualità con la quale sanno trattare gli argomenti, senza mai scadere nel compiacimento di avere tra le mani una materia della quale non se ne conosce origine e causa, ma con l’intensità di averne capito il senso più profondo.

La regia di Benso è curata e fedele. Sa condurre sulla scena, in questo crudelissimo gioco del confronto, i due Maurizio Bianucci e Alessandro Procoli, che sanno sapientemente usare gli oggetti di scena e dosare interruzioni e riprese tenendo il pubblico in un continuo stato di attenzione.

 

L’alienazione dell’emigrante vibra come paratesto, la stazione descritta all’inizio di questa commedia impegnata la vediamo davanti ai nostri occhi, nella descrizione cruda e fredda che viene allestita per il pubblico dall’intellettuale. Muove un dito verso il compagno, lo accusa: “Alla stazione non sei straniero, perché tutti sono stranieri”. Naturalmente un senso di ingiusto trapela da questo allestimento scenico che la regia costruisce con meticolosità.

Gli attrezzi di scena sono utilizzati in maniera realistica e ci riportano a una dimensione impegnata del teatro, dove la carne è carne, anche quella in scatola, anche quella per cani, a un dito dalla bocca del muratore che la porta alla bocca, salvato dall’intervento tempestivo del compagno di sventura.

L’intellettuale è arrabbiato col mondo, ma non potendo prendersela con esso afferra per la collottola il muratore che non vuole conoscere, ne sa farlo, la salvezza.

 

Piacevole questo lavoro di Carlo Benso, applaudito e apprezzato da un pubblico in sala che sa riconoscerne l’abilità e l’impegno.

 

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categorie: roma, commedia, slawomir mrozek, carlo benso
martedì, 15 gennaio 2008

EXPO TEATRO al Cometa Off di Roma

Dal 15 gennaio al 31 marzo alla Cometa off avrà luogo la rassegna EXPO TEATRO, sostenuta dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, che intende favorire l’attività teatrale di giovani compagnie italiane, di solida professionalità e/o di recente formazione.

EXPO TEATRO si presenta come una vetrina o, più ambiziosamente, come un vero e proprio “festival di teatro contemporaneo” che indaga su ciò che avviene nella vasta rete dei teatri off e delle giovani compagnie che operano sul territorio nazionale.

Dieci settimane dense di appuntamenti in un luogo che diventa “cantiere di vita teatrale”, dove scrittura, regia e lavoro d’attore si incontrano, si confrontano, si misurano e si ritrovano nel comune intento di difendere la funzione civile e culturale del teatro.
La rassegna è strutturata nella formula della cosiddetta “doppia serata”: la prima con inizio alle 20.45, la seconda alle 22.30.
In prima serata dieci compagnie effettueranno sei repliche settimanali per un totale 60 rappresentazioni, in seconda serata ogni compagnia effettuerà due o tre repliche, per un totale di 26 spettacoli e 107 rappresentazioni.

IL PROGRAMMA COMPLETO SU TEATROTEATRO.IT

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categorie: roma, festival
venerdì, 11 gennaio 2008

IAGO di Roberto Latini e Gianluca Misiti

Al teatro Arvalia di Roma

Dal 08/01/2008 al 13/01/2008





Il Bardo dell’Avon, così viene soprannominato dai connazionali William Shakespeare, ha saputo proporci testi così pieni e floridi tanto che oggi possiamo definirli canonici di una mitologia occidentale. I suoi protagonisti appartengono all’immaginario collettivo e così anche i personaggi minori. Basti pensare alla figura di Calibano o alla Balia di Giulietta. Roberto Latini, nel suo allestimento scenico, ci propone una rilettura di Otello dal punto di vista dell’autore di tutti i delitti di quella tragedia, Iago.

 

L’invidioso generale di Otello, in questa performance originale accompagnata dalle musiche elettroniche e romantiche di Gianluca Misiti, ci presenta i momenti di maggior ispirazione della vicenda, tralasciando i fatti che hanno portato all’assassinio di Desdemona, penetrando in profondità nella psiche di Iago, che dialoga con il pubblico, prova la sua parte di assassino burattinaio. La sua ansia è spiegare la verità al pubblico, ma non chiede il perdono questo moderno Iago, moderno perché in esso vi sono i dubbi e le angosce, i sensi di peccato e colpa insiti nell’uomo moderno, ma chiede ascolto e comprensione, senza giustificazione. Quel che è stato fatto è fatto.

Roberto Latini ha il merito di saper cogliere l’attenzione del pubblico, di trasmettere a questo il compiacimento che ha nel raccontare la sua storia. Sa muovere a commozione gli spettatori presentando l’atto finale dell’Otello dove legge, ossessivamente a più riprese, da punti di vista diversi sempre più o meno sofferti, l’uccisione dell’innocente Desdemona che chiede al suo uomo di lasciarla vivere solo mezz’ora ancora. Il momento più alto dello spettacolo di Roberto Latini, a cui plaudiamo l’ottimo timbro di voce, l’attenzione alle varie tonalità da usare in scena e l’uso sapiente dei suoni elettronici. Il suo sarcasmo riesce a strappare anche in alcuni momenti delle risate che però non stonano con l’atmosfera cupa del testo.

 

Certamente una proposta originale, questa di Latini, che percorre una strada vincente: la rilettura dei classici in un interpretazione personale che mette in luce elementi inconsci dei testi originali.

 

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categorie: drammatico, monologo, roberto latini, gianluca misiti
giovedì, 10 gennaio 2008

IL VENTAGLIO di Carlo Goldoni regia di Luca Ronconi


Al teatro Argentina di Roma

Dal 09/01/2008 al 27/01/2008



Il nome di Luca Ronconi è legato a un esempio di teatro italiano di altissimo livello. E con questo allestimento delicato de Il Ventaglio di Goldoni si aprono anche i festeggiamenti per il terzo centenario dalla nascita del drammaturgo veneziano che porterà questo allestimento in giro per il mondo.

 

Fedele al testo, Ronconi sa insinuare in una scenografia brechtiana, come piace a noi nostalgici di un certo modo di fare teatro, dei giovanissimi e bravissimi attori che per tre ore corrono da una parte all'altra del palco con talento che sorprende e lascia gli spettatori con un sorriso a bocca aperta tanto è la mistura di sorpresa e piacevolezza. Le battute sono proferite con scioltezza, Massimo De Francovich è la stella della serata, nei panni di un Conte che è il nobile goldoniano spiantato e ruffiano, ma a ruota gli altri interpreti sono l'esempio di come il teatro italiano riesca ancora a sfornare talenti. In uno spazio scenico degno di questi talenti, realizzato con attenzione, anche ai più piccoli dettagli, da Margherita Palli, Il Ventaglio è portato a un'esasperazione dell'intreccio attraverso un isterismo che dalla scena si alza con un vento che abbatte ogni cosa. I ritmi sono serrati, non vi sono esitazioni nei tempi di entrata di uscita e non mancano graziosi colpi di scena, che Luca Ronconi distribuisce qua e là nel testo scenico con sapiente ironia.

Le musiche di Paolo Terni risuonano tristi mentre lo spettacolo va in scena, a leggere un paratesto di questa messinscena, un lungo addio di Carlo Godoni a una sua precedente visione che elabora lontano dalla sua Venezia, in una corte parigina piena di cure per lui ma che non comprende questi nuovi lavori richiedendo esclusivamente testi da Commedia dell'Arte.

 

Insomma, il teatro italiano che amiamo, che con intelligenza usa i suoi testi e li ripropone a un pubblico sempre nuovo attraverso i secoli e non smette mai di sollevargli l'animo e di strappare lunghi applausi.

 LEGGI LA RECENSIONE DI ALESSANDRO SANTI SU TEATROTEATRO.IT

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categorie: drammatico, luca ronconi
giovedì, 20 dicembre 2007

GRISU', GIUSEPPE E MARIA di Gianni Clementi con la regia di Nicola Pistoia

Le luci illuminano un panno rosso e ne emerge una vetrata di una chiesa. Donna Rosa, interpretata da una oramai rodata e bravissima Crescenza Guarnieri, racconta in flash back la storia di Grisù, Giuseppe e Maria che ci riporta ai primi anni Cinquanta, appena dopo la fine della guerra, in cui i mariti sono emigrati per trovare lavoro e ognuno si dà da fare come può per tirare avanti. In questo scenario domina la figura solitaria di un sacerdote costretto a fare i conti con la fede popolana dei suoi parrocchiani che vanno e vengono dalla sua sagrestia, nella quale avviene la scena.

Piacevole questa commedia dal sapore lievemente natalizio di Gianni Clementi, che ci viene proposta nella regia semplice e lineare di Nicola Pistoia, che oltre a dirigerne le redini, ne interpreta anche il personaggio più divertente, confermandosi ancora una volta attore di sapiente comicità.
Bravi anche gli altri interpreti, Paolo Triestino sa dove deve andare, cosa fare o non fare, la giovane Sandra Caruso regala risate al pubblico, che è piacevolmente intrattenuto per un’ora e mezza di spettacolo, senza essere turbato da nessuno sconvolgimento che non ci si aspetterebbe tra le righe.
Il ritmo è regolare, le battute arrivano l’una dopo l’altra ma lasciano fiato allo spettatore per ascoltare i dialoghi e la trama, perché questa di Pistoia è una commedia che aspira a essere lievemente drammatica, una morte irrompe sulla scena alla fine della prima parte, ma serve per restare al servizio della storia che deve svolgersi e andare avanti.

Insomma, c’è il prete saggio, c’è il sagrestano scemo e le donne del popolo. Ingredienti della commedia popolare, che come vengono mischiati la ricetta viene sempre buona, ma il sapore resta lo stesso.

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categorie: commedia, nicola pistoia
domenica, 16 dicembre 2007

Giovani a Teatro: continua l'impegno della Fondazione di Venezia

Si apre a dicembre la quinta edizione di Giovani a Teatro, progetto ideato e curato dalla Fondazione di Venezia, che invita a fruire delle offerte artistiche e culturali del territorio, incontrare i protagonisti della scena contemporanea e stimolare passione e creatività.

Un calendario di 230 appuntamenti, diffuso in 21 città e 24 teatri dellathumbnailer Provincia di Venezia e nella città di Padova, per conoscere, capire, scoprire le arti sceniche, sottoscrivendo gratuitamente una card, i ragazzi e i giovani fino a 26 anni che studiano o risiedono nella Provincia di Venezia, possono assistere agli spettacoli, selezionati tra le stagioni che aderiscono al progetto, con un biglietto d’ingresso di soli 2,50 euro. Dal teatro di prosa alla danza, dalla musica all’opera lirica, il programma è un cartellone diffuso in divenire, che si arricchisce di volta in volta con l’apertura delle stagioni, e che da quest’anno attinge anche a quelle di Jesolo e San Donà di Piave.

Due i punti di forza dell’edizione 2007/2008, a cominciare dall’accessibilità. Il progetto apre a tutti i ragazzi e ai giovani residenti nella Provincia di Venezia, anche non studenti, e rivolge particolare attenzione agli adolescenti. Importante l’investimento della Fondazione di Venezia sulla partecipazione diretta, con l’ampliamento della sezione Esperienze: laboratori e incontri con gli artisti, lezioni-spettacolo, prove aperte e workshop, prodotti direttamente o in collaborazione con soggetti specializzati del territorio, che si traducono in straordinarie opportunità di approfondimento. In programma fino al prossimo giugno, le iniziative inoltrano nei sentieri della scrittura teatrale e del movimento creativo, dell’educazione e della critica musicale, tra spettacoli dedicati a importanti temi civili, verso un rapporto confidenziale con le arti sceniche.

GatCard - tessera individuale e ProfCard - tessera insegnante, necessarie per accedere al progetto sono gratuite e nominali. Per i tesserati della stagione 2006/07 è possibile rinnovare la tessera online. Il tesseramento fino al 21 marzo (sospeso dal 22 dicembre al 6 gennaio) è possibile presso i seguenti punti:

VENEZIA Fondazione di Venezia, tel. 041.2201272, Teatro Fondamenta Nuove, tel. 041.5224498
MESTRE Teatro Toniolo, tel. 041.971666
MARGHERA Teatro Aurora, tel. 041.932421
DOLO Ex Macello, tel. 041.5101381 / 041.412500
MIRA Ufficio Teatro Villa dei Leoni, tel. 041.4266545
PORTOGRUARO Fondazione Santo Stefano, tel. 0421.72139
CHIOGGIA Fondazione Comunità Clodiense Palazzo Grassi, tel. 041.5507144

Prenotazioni spettacoli ed Esperienze NUMERO VERDE 800 831 606 dal lunedì venerdì, ore 10-18
INFO www.giovaniateatro.it - Fondazione di Venezia - Tel. 041 2201272

 

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categorie: venezia
venerdì, 07 dicembre 2007

CUORE DI CANE di Michail Bulgakov regia di Francesco Giuffré

 

Al teatro Argot Studio di Roma dal 04/12/2007 al 23/12/2007

La dignità umana risiede nell’esistenza, tuttavia, in un mondo che ama definirsi civile, questa onorabilità finisce per accorparsi alla rivendicazione di essere un cittadino, di partecipare alla vita pubblica brandendo tra le mani il consenso ad esistere: i documenti, che se da un lato legittimano la presenza nel mondo umano, dall’altro impongono i propri dettami a questa civiltà indotta e unifocale, distante dalla reale evoluzione che la natura prescrisse agli uomini. Questo il tema che Francesco Giuffrè ha sentito di proporre nel suo Cuore di cane, tratto dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov.

La storia è quella di Pallino, uomo di seconda mano, esperimento il cui risultato è questo uomo-cane che ora chiede la giustizia per un riconoscimento ufficiale. Questo nome deriso, disprezzato, diviene via via affermazione di identità, che omologa gli uomini e li unifica ad un disegno comune, ad un piano predisposto: ai diritti ottenuti corrisponde ora il dovere di esistere e continuare a farlo, per il bene dell’intera comunità. Il merito di Giuffrè è quello di comprendere – qualità oggi non comune – l’indirizzo di una storia e rivalutarla al presente: il tema non fa da sfondo ma costituisce lo spettacolo, non “si avverte” ma “si vede”, come sempre dovrebbe fare una riduzione: essere rispettosamente affine al testo.

Questo è ciò che avviene quando il testo non solo prende spunto dalla narrativa, ma è narrativo: Giuffrè racconta una storia e lo fa con le parole e insieme con gli elementi di una scenografia ricca ma semplice, non monumentalizzata ad intralciare l’iter narrativo, né impalpabilmente spoglia, ma adeguata a servire l’evoluzione del racconto: il grammofono, la giostrina, le maschere che lasciano tutti in scena ma, escludendone la voce, si infilano nella storia e ne creano l’ambito, come fossero da sempre al loro posto. Un “a parte” meritano gli attori dall'ottimo affiatamento. Bravissimo Riccardo Scarafoni che affronta con coraggio e sapienza un ruolo difficilissimo, modula una voce canina e segue il mutamento del personaggio come fosse la sua evoluzione: è questo che divide il tentativo di scimmiottare dall’arte di interpretare, la recita dalla recitazione. Unica nota leggermente stonata sono i cambi di scena, introdotti da un fischio deturpante: si avvertono come troppo violenti, rompono l’impianto d’ispirazione che si crea all’ascolto, spogliando il finale del vigore che meriterebbe.

Come spesso nel gusto di Giuffrè grande risalto è dato alla musica, il suono di un’Europa dell’est marginale, straziata, malinconica, che meglio di ogni altra tradizione sa raccontare l’anima perduta, la cristallizzazione del cuore: un cuore di cane si umanizza a contatto con gli altri, si infanga e diviene il marcio, fintamente evoluto, cuore di uomo; poi l’incrostazione umana si gratta via, una pistola appare in scena ma non sparerà, perchè la sua funzione sarà soltanto quella di restituire a Pallino il suo cuore, genuino e schiettamente puro cuore di cane.

(Annamaria Pompili)


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categorie: drammatico, francesco giuffré
giovedì, 06 dicembre 2007

TRE PEZZI FACILI di Martin Crimp con la regia di Fabrizio Arcuri

Al teatro Arvalia di Roma dal 04/12/2007 al 05/12/2007

Un bucranio è al centro della scena. Ricorda il teschio di Yorick, un cranio che “aveva dentro una lingua, una volta, e sapeva cantare”, rileggendo le parole di Amleto e parafrasandole, “un bucranio che aveva dentro una lingua, una volta, e sapeva muggire”. Tutto è ridicolo in questa pièce teatrale costituita da tre atti brevi senza una sequenza logica, in un asettico e claustrofobico spazio scenico, nel quale con fatica le battute dai testi di Martin Crimp vengono sviscerati.

L’Accademia degli Artefatti con Tre pezzi facili propone uno spettacolo che muove sulle fila sottili del nonsense per comunicarci la superficialità del mondo occidentale. Nel teatro di Martin Crimp tutto viene rotto attraverso la costruzione di dialoghi assurdi, dove la precisione descrive azioni apparentemente irreali.

La regia di Fabrizio Arcuri mette in scena la fatica dei silenzi, che pesano sullo spettatore che storce il naso in un’atmosfera di disagio. Questo il punto forte dello spettacolo. La rappresentazione, nel primo movimento, Meno emergenze (Fewer emergencies), di un teatro che non si presenta come intrattenimento ma come ripugnanza, fastidio nei confronti dei tre personaggi che rappresentano non essenze, né presenze sceniche, ma tre attori. La recitazione è gettata sul palco come un pezzo di carne sanguinolenta sul bancone del macellaio.

Il secondo movimento, Consigli alle donne irachene (Advice to Iraqi women), delude le aspettative createsi attorno al primo atto breve. Nato dalla penna di Crimp come un brillante articolo satirico, sulla scena non lascia emergere la genialità, e ci viene presentato come un veloce intermezzo che non decolla a causa di uno utilizzo superficiale e tradizionale dello spazio scenico.

Il terzo movimento Faccia al muro (Face to the wall) recupera i propositi dell’ottimo pezzo d’apertura e il trio (Matteo Angius, Pieraldo Girotto, Fabrizio Croci) riemerge di nuovo orgoglioso di essere in scena, dove il dinamismo prende il posto della staticità iniziale e crea un buon dittico in cui il pubblico si riscopre avvolto nel medesimo stato d’emergenza dei protagonisti, dato da un senso di abbandono, e di solitudine incomunicabile che aliena gli esseri umani l’uno dall’altro, che siano figli, padri, assassini o semplicemente spettatori.

(Annamaria Pompili)



Curiosità:

Vincitore del PREMIO UBU 2005 miglior proposta con testo straniero.

 

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categorie: assurdo, fabrizio arcuri
mercoledì, 05 dicembre 2007

EXHIL AGAMENNON di Massimiliano Milesi con la regia di Gianni Licata

Al teatro del Parco Tiburtino di Roma dal 30/11/2007 al 02/12/2007

 

Ponete i personaggi delle opere di Samuel Beckett su una scacchiera, un orologio fermo alle loro spalle che sospende il tempo e fateli giocare (nel più ampio senso del verbo inglese to play) una tragedia greca. In tutto questo aggiungete una musica moderna e un effetto di luci psichedeliche e avrete l’Exhil Agamennon messo in scena dalla neonata compagnia romana dei “Fili rossi” che decide di debuttare con il testo originale di Massimiliano Milesi.

La regia attenta e meditata di Gianni Licata guida le fila degli attori, li fa intrecciare, danzare a ritmi ripetuti e ossessivi di una modernità disperata, tenendoli per tutta la durata della messinscena sul palco e spingendoli in un’identificazione estrema con il personaggio fintanto da dare ai monologhi di Antonella Alfieri (Alice nel paese delle meraviglie?), Tarek Chebib e Francesca Romana Miceli Picardi (Alice nel paese delle meraviglie?, Zona protetta) un rilievo interpretativo tagliente che colpisce le corde più profonde dello spettatore.

L’arrivo di Agamennone è prossimo alla stazione del decimo chilometro e questo senso di impaziente attesa viene trasmesso attraverso con un filo diretto dal palco al pubblico. Lo spazio scenico allestito dalla scenografia e dalle ottime luci di Silvia Nurzia e Daniel Plat è una gabbia senza tempo, un manicomio dove la tragedia si immagina ripetuta ogni giorno, dall’attesa dell’arrivo del Re fino al suo assassinio, che non risolve ma dipana la matassa delle complesse psicologie degli autori del delitto.

Non vi è un protagonista perché non si assiste a un teatro di recitazione. E’ teatro-esperienza, che si vive dentro, nello spirito, e fuori, sulla pelle. Le tematiche affrontate dallo spettacolo sono coraggiose, sono le tragedie che vengono solitamente allontanate dai palcoscenici. La ricerca disperata e patologica del sesso, il senso di inutilità dopo aver compiuto l’unico gesto estremo che si credeva potesse allontanarlo, la violenza di un atto subito da bambino, che porta all’orrore di una vita non vissuta se non nel male, ognuno con i suoi personali drammi da cui non riesce a uscire, rimanendo così a un punto fermo, immobili su quello che viene dato essere loro essenza, intrappolati in una stazione coi propri demoni interiori.

(Annamaria Pompili)


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